Il vecchio che gridava al lupo

Hai presente la storia del ragazzo che gridava “Al lupo, al lupo“?
Ma certo che la conosci, tutti quelli che hanno visto “L’esercito delle dodici scimmie” se la ricordano.
Ecco, conoscevo un vecchietto a cui è andata proprio così.

Era un po’ suonato, a suo modo un personaggio tipico, di quelli che chiamano matti del villaggio. Il matto del mio villaggio era lui.
Tra le tante, spesso gli veniva lo sghiribizzo di chiamare il pronto intervento perché si sentiva morire, poi ovviamente appena arrivata l’ambulanza guariva subito. A ripensarci non è che facesse tanto ridere, magari si sentiva morire perché si sentiva solo, non lo so.
Prima d’ora non ero mai andato, con lui, oltre “l’avvertimento del contrario” descritto da Pirandello nel suo saggio sull’umorismo, e tutto sommato non vedo perché dovrei farlo adesso solo perché è morto. Sarebbe ipocrita, e a me piace essere ipocrita solo quando non me ne accorgo, quindi tagliamola qui e torniamo al racconto.

Il succo è che gli operatori erano esasperati: da un lato sapevano che ogni volta si trattava di una corsa inutile, di uno spreco di tempo, dall’altro gli toccava andarci lo stesso, magari dopo averlo rimproverato un po’ al telefono, almeno per rimproverarlo personalmente.
L’ultima volta, però…

L’ultima volta avvenne che c’era una sola ambulanza disponibile, e assieme alla chiamata di questo vecchietto ne arrivò un’altra. Il vecchietto urlava come un disperato, temeva per la propria vita, l’altra chiamata invece era di uno agli arresti domiciliari rimasto senza medicine.
L’ambulanza partì per il secondo, e poi passò dal vecchietto.
Ma il vecchietto non rispose.

Suonarono ancora, e ancora silenzio.

Solo all’arrivo delle forze dell’ordine la porta di casa fu aperta, infermieri e agenti entrarono e videro il vecchietto a terra in una posa innaturale, il tappeto buono inondato di sangue.
Il successivo esame autoptico confermò le prime impressioni del commissario: quel povero cristo era stato sbranato da un lupo.

Ts Ts Ts

La felicità istantanea può nascere anche da qualcosa di piccolo come un pugno di crocchini in una ciotola. Felice forse non è, Ts Ts Ts, ma sicuramente è soddisfatto mentre uno alla volta si frantumano tra le sue piccole zanne appuntite.

S’è quasi abituato a quel nome bizzarro. A volte pensa che la signora lo chiami Micio, a volte Bello, ma più spesso è con Ts Ts Ts che si rivolge a lui. Sembra una creatura a posto, la signora, quindi Ts Ts Ts accetta di buon grado il cibo che gli lascia nella ciotola davanti casa. Si fida e non si fida insomma: non è mai facile capire che cosa passa per la testa di un gambelunghe. Ts Ts Ts non puo essere definito un gatto domestico. Nemmeno un selvaggio, però. I selvaggi non hanno nemmeno un nome, sono più bravi ad attraversare la strada e non ce n’è uno sovrappeso. I gatti di casa, al contrario, sono panzoni e tonti, degli eterni cuccioli. Sembrano felici a guardarli da fuori, ma a Ts Ts Ts non piacerebbe vivere come loro. Ts Ts Ts è un gatto di quartiere, e gli va bene così.

Si sente quasi del tutto sicuro, ora che un veicolo fermo sul bordo della strada lo protegge da buona parte dei rischi mentre mastica sul lastrico del marciapiede; l’aria tutto attorno ha un vivissimo profumo di croccantini, la sua attenzione è tutta su di loro. Per quanto possa esserlo l’attenzione di un gatto, certo: qualcosa all’erta, infatti, resta sempre.

Per un istante un altro odore copre quello del suo pasto. Riconosce subito l’essenza dell’animale di strada, come lui, e poco più sopra quello della fame, anche maggiore della sua. Si mette in posizione da guardia, piega le orecchie e scruta attorno a sè. Lo riconosce prima ancora di averlo visto, puzza di cane randagio come pochi.

Non guarda verso Ts Ts Ts, non guarda e basta, ma sta seguendo una traccia olfattiva che inevitabilmente lo condurrà a lui.

Grosso è grosso, a occhio e croce la sua test è poco meno grande di tutto Ts Ts Ts, ma quello è territorio di Ts Ts Ts e nella ciotola ci sono i crocchini che la signora ha lasciato per lui e non per altri. Ts Ts Ts ha smesso già di masticare, ogni suo muscolo è teso come la corda di un arco pronto a scoccare, e sta facendo la gobba per apparire più grande e ancora più temibile.

Cane randagio nemmeno si accorge del gatto. L’olfatto e tutti gli altri sensi sono concentrati su due imperativi, “fame” e “ecco cibo“, che puntano entrambi verso il contenitore che è sempre più vicino.

Ts Ts Ts arruffa il pelo più che può, e tiene la zampa destra un poco più sollevata dell’altra. Cane randagio è ancora più vicino, quasi a portata. Avvicina il muso ad annusare i “suoi” croccantini. La zampa di Ts Ts Ts scatta: le unghie protese all’infuori affondano sul pelo del muso di cane randagio, che d’istinto scappa a rifugiarsi dietro l’automobile parcheggiata. Soltanto in quel momento, troppo tardi, la sua mente raccoglie le informazioni sulla presenza del felino che prima aveva totalmente ignorato. Stupido, stupido cane, sembra pensare di sè mentre mogio mogio scorre lungo la fiancata della vecchia Fiat Uno per poi svicolare dietro la stessa e ripararsi almeno dal rischio dei mostri che corrono sull’asfalto.

Ts Ts Ts non si fida. Cane randagio che si ritira e cede così facilmente? Difficile. Sale sul cofano della vecchia Fiat Uno sicuro che si sia nascosto lì per poi sbucare di nuovo, preparato. E invece no, lo vede allontanarsi con la coda tra le gambe e svanire oltre il retro dell’auto. Via. Possibile? C’è da credere che sia davvero andato? Forse fa finta, forse ora torna. Ts Ts Ts non è stupido, i crocci aspetteranno al sicuro, intanto meglio stare di guardia ancora un poco.

Un rumore all’improvviso dietro la sua coda. Piega le orecchie. Qualcosa che mastica qualcosa. Si gira a sporgersi sull’altro bordo del cofano, guarda sotto e vede cane randagio che con un ultimo colpo di lingua pulisce del tutto la ciotola e si allontana, non sazio ma soddisfatto. Ts Ts Ts, ora, sente più forte il morso della fame nello stomaco e lo sguardo gli si spegne. Se fosse possibile, forse, piangerebbe persino.

Un altro rumore lo distrae, uno familiare. La porta si apre e la signora appare sulla soglia allegra come sempre. Lo guarda negli occhi, guarda la ciotola e lo guarda ancora, poi biascica qualcosa che Ts Ts Ts non afferra: “Oooh bravo, hai finito proprio tutto tutto! Ora però fino a sera basta più, se no diventi tutto ciccia.”

Generazione D

Quando eravamo piccoli il ringer lo chiamavamo smartphone e lo usavamo solo per chattare con gli amici, mandarci foto e video, ascoltare canzoni e guardare i cartoni animati.
A scuola usavamo i computer nell’ora di informatica e tutt’al più per le lezioni di matematica e disegno, o per le ricerche.
L’InterTV (la TV che vuoi tu) la guardavamo massimo 5 ore al giorno, tranne la domenica.
I pomeriggi dopo scuola era sempre bellissimo uscire con gli amici per giocare a tennis, calcio, basket o altri sport con la Wii, che i ragazzini di oggi non sanno nemmeno più che cosa sia.
Certo, eravamo più ingenui, c’erano meno possibilità di adesso e tante nostre passioni ora potrebbero essere definite noiose e banali, ma eravamo senz’altro più veri.
Oggi mi guardo attorno e mi domando che cosa sia successo ai ragazzi di queste nuove generazioni.

La battaglia dei tre regni

Film atipico, abbastanza lunghetto.
Comincia come kolossal storico sul periodo in cui la Cina era appunto divisa in più regni.

Ebbi occasione di vederlo un paio di anni fa a casa di un amico. Nel corso della storia, a un tratto, la trama cominciò a cambiare man mano, trasformandosi nella narrazione dell’impresa di un variegato manipolo di eroi (stampo classico: il saggio, il guerriero, la fanciulla, il ragazzo volenteroso ma goffo) nel tentativo di impedire il trionfo del Male sulla Terra. Essendo la missione molto perigliosa, ad ogni tappa il gruppo si sfoltiva, fino al momento in cui, morta anche la fanciulla, il ragazzo rimase a piangere e vegliare sulle sue candide spoglie tinte di rosso. Fu in quel momento che il fantasma del saggio gli si manifestò davanti,confortandolo per le perdite subìte ed esortandolo a proseguire nel Cammino (restava un ultimo ostacolo, sconfiggere un drago cattivo) altrimenti il sacrificio degli altri componenti del gruppo sarebbe stato vano.
Con la morte nel cuore il giovane si alzò in piedi pronto a continuare.

Titoli di coda.

Mi voltai verso il mio amico: “Ma… finisce così!?
Sono due ore che russi.

Ah, les femmes

Certe ragazze sono diaboliche. Una con cui son stato fidanzato tanto a lungo da arrivare già a parlare di matrimonio e figli mi lasciò esattamente 4 anni fa con un messaggio veramente da stronza, un fottuto sms di appena tre parole: “Pesce d’aprile!”

E Corte sia!

L’ultima volta che son stato invitato nella reggia dei Savoia ho portato in dono un cavolo (me lo aveva raccomandato un nobile mio amico, tale Andrea Italiano del Principato di Caldorra: “Non fare come l’altra volta che non hai portato un cavolo!“). Sapete com’è andata a finire? Mi han messo sotto processo per ortaggio alla Corte.

I tasti della bontà!

– Nonno nonno, mi racconti di quando eri ragazzo?
– Eh, non era un bel mondo, nipotino mio: guerre, violenza, grammatica, malattie terribili, calvizie e tante altre cose brutte…
– Uh, che paura! E poi?
– E poi venne tra noi un sant’uomo che inventò quel sito che ancora tutti noi ricordiamo nelle nostre preghiere.
Vedi, egli permise a tutti gli uomini e le donne di buona volontà – sì, ce n’erano anche allora – di unirsi e lottare contro i mali del mondo.
Pensa, in meno di vent’anni riuscirono a debellare la fame nel mondo e il bullismo giovanile, e poi più in là sconfissero una malattia chiamata AIDS e anche quasi tutti i tipi di cancro.
E tutto questo grazie al loro sapiente uso dei tasti della bontà, chiamati “mi piace” e “condividi”!
– Oooh, che bella storia, nonno!
– È bella perché è vera! E adesso se anche tu hai un Quore premi “mi piace” e condividila!