Living on Mainz own

Lucio: Cameriere! Guardi il mio piatto, su. Vede? C’è un capello tra le penne.
Lucio: Non posso negarlo, signore.
Lucio: Mi chiami il cuoco.
(Arriva il cuoco)
Lucio: Chi bboli?
Lucio: Che voglio? Che cosa NON voglio. Non voglio più trovare capelli nel piatto in cui mangio.
Lucio: E chi bboli i mia? Accussì nsigna mi staci cchiù attentu a prossima vota!

Wir sind in Neapel, Landsmann

Germania. Ingelheim. Sono al Job Center a cercare di ottenere un posto come parassita disoccupato, che in questo strano Paese offrono soldi a chi non lavora. 
Accanto a me un gruppo di italiani. Parlano tra loro, ma afferro una parola su 5 (di tedesco in media una su 4). 
È che parlano in un napoletano stretto stile Almamegretta, e nonostante sia cresciuto con due sorelle innamorate di Nino D’Angelo (lo ascoltavano da mane a sera) mi trovo in difficoltà.

It’s not easy to be alone…

Alcune amicizie durano un mese, altre dieci anni, qualcuna una vita intera.
Ci vuole troppo talento per ritrovarsi veramente soli.

Letterina

Caro BabboNatale, tu non esisti e io sono disoccupato.
Penso però che potremmo venirci incontro a vicenda: tu trovami un lavoro, e io ti perdonerò la tua inesistenza.
Con affetto,

Lucio

(ps: se per il lavoro non sei in grado mi va bene pure un sacco di carbone, che qui in Germania fa freddo!)

La mia banca è di Germania

“Salve, signor banchiere tedesco, son venuto a prelevare un 250 euri, e poi vorrei dirle di un mio problema.”
“Diken!”
“Ecco, é qualche settimana che ho aperto il conto da Voi, ma ancora la scheda per il Bancomat non mi é giunta.”
“Attentere, preko!”
Attendo.
Torna dopo due minuti.
“Ja, problema é ke intirizzo ke foi tato non risulten!”
“Ah, beh…” – pausa di riflessione – “E come siete riusciti a consegnare via posta la lettera col codice PIN a un indirizzo inesistente?”
[rumore di biglie che rimbalzano sul pavimento]

Cazzo, sono un idiota!

In ritardo ad un appuntamento, stranamente.
Corro verso la fermata del bus solo per vedermene partire uno davanti, disdetta.
Che fortuna, però: ne sta arrivando un altro, anche questo diretto alla stazione. Saltiamoci su, via.
Salto su e mi siedo accanto a una ragazza dall’aspetto di bibliotecaria, e difatti va leggendo un libro assurdo. Scritto in tedesco, addirittura.
Salto su, siedo e attendo che il bus si metta in moto. Nel mentre cazzeggio col cellulofono.
Attendo e cazzeggio. Lei attende e legge. Ognuno, sul bus, attende, mentre l’autista a nostra insaputa recita in mente un rosario di bestemmie teutoniche.
Passano dieci minuti di rosario e l’autista annuncia qualcosa al pubblico. Tutti ascoltano con attenzione, sicché anche io assumo un’aria concentrata.
Prevedo un fuggi fuggi generale dal bus che non si verifica.
Perplesso (nel frattempo ho gagliardamente scritto al tipo che sarei arrivato puntuale – bugia bianca – se non fosse che il bus non sta partendo) attacco bottone con la presunta bibliotecaria: “Please, could you translate?
Affascinata dalla mia pronuncia, ella sorride e mi spiega che c’è un guasto e perderemo un’altra decina di minuti, ma poi potremo ripartire.
Da lì in poi un susseguirsi di chiacchiere su chiacchiere, dalle più scontate alle meno costose, e in poco tempo ci siamo confessati le nostre vite. So, per esempio, che spera nella visualizzazione introspettiva (vorrebbe crederci anche, ma non ha ancora capito che cosa sia), che è stata in vacanza da amici siciliani in un paesino dal nome strano, una cosa tipo Palermo, e che non le piacciono i fantasy. Mi suggerisce, però, di guardare Skin.
L’autobus, che qui chiamano bizzarramente Straßenbahn, nel mentre è partito e si dirige a velocità moderata verso la sua destinazione finale.
Per intanto arriva a una destinazione momentanea che è la mia fermata. Saluto Marina e scendo.
Le porte si chiudono dietro le mie spalle come in un film francese.
Marina, è tutto quel che so di lei.