Sotto il cielo del Messico


– È questa la vera storia: un uomo appena ammazzato parla al proprio insetto azzurro morto, per sette giorni. 
– Ma che è?
– Giuro. Se lo porta appoggiato sulla spalla. Il primo giorno è nel deserto del Messico, seduto che bivacca, e sente questa canna della pistola che gli preme sulla nuca.
“Beh, amigo, sembra che stai per morire!” gli dice l’insetto.
“Sembra proprio, caray…”
Poi sente lo sparo ed è tutto buio.
Il giorno dopo rinviene in un laghetto di sangue secco. L’insetto azzurro è ancora sulla sua spalla.
“Però, sei ancora vivo…” – così dice l’insetto.
“Sembra proprio!” – dice l’uomo, ed è confuso e incazzato, e sa solo che deve seguire la pista di chi gli ha sparato, che deve trovarlo e fargli assaggiare lo stesso amaro sapore del metallo in gola. Non perché quel ladro di cavalli gli ha sparato, capisci? Questo capita. Ma non si lascia uno così, insepolto come un cane, e senza nemmeno assicurarsi che sia morto davvero.
– Certo che non si fa. E nel libro è la stessa storia, Javier.
– Fammi continuare, poi vedi se è uguale, maricon. Ptuh! “La stessa storia”, bah…
Passa un giorno e una notte e il giorno dopo è ancora in quel deserto di sabbia e di sale, e più va avanti lungo le tracce del proprio assassino e più sente un fetore che cresce.
“Stai proprio seguendo un pezzo di merda!” gli dice l’insetto sulla spalla.
“E certo. Se no non ci sarebbe tutta questa puzza…”
E così via per il secondo e il terzo e quarto giorno. Sempre più miglia dietro di se, sempre in quello stesso dannato deserto con sempre più puzza, attorniato da un nugolo di mosche che finché dura il sole cercano di mangiarselo vivo.
Al settimo giorno l’odore nauseabondo fa tanto parte di lui che non vomita nemmeno più. L’uomo vede la fine del deserto e lo comunica all’insetto azzurro, e l’insetto non commenta.
Con una sofferenza atroce l’uomo piega la testa ferita per guardare verso la spalla.
L’insetto è tuttora lì, cadavere. L’uomo con le lacrime dietro gli occhi tenta di afferrarlo per dargli sepoltura, ma l’insetto azzurro morto gli diventa polvere tra le dita.
“Mierda, ma che vita è?” singhiozza, e si abbandona al suolo, subito raggiunto dalle mosche e dal rigor mortis.
Lo troveranno qualche ora dopo, morto da una settimana.
– Finiva così?
– Proprio.
– Caray, bisogna essere proprio dei geometri per tagliare tutta la parte centrale della storia.

Il racconto era finito, il torcibudella era finito, la vescica di Javier era colma. Si alzò per recarsi sul retro della locanda a risolvere.

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